domenica 31 luglio 2011

Problemi con Compiz-check?

Nel caso compiz-check vi dia come risultato:
The vesa driver is not capable of running Compiz, you need to install the proper driver for your graphics card.
Credo di aver capito dove sia il problema, anche se sto cercando di capire questo cambiamento, probabilmente potrebbe essere fatto a monte da qualche parte. Nello script compiz-check (/ usr / lib / linuxmint / xfcemintDesktop / desktopeffects / compiz-check)alle righe 241-246, si greppa attraverso il registro Xorg per vedere dove vengono caricati/scaricati i driver :


if grep Loading $XORG_LOG | grep -q "${i}_drv\.so" &&
! grep Unloading $XORG_LOG | grep -q "${i}_drv\.so" ; then
DRV=$i
fi
done

Quando si guarda in Xorg.0.log, vedrete che, mentre il nome del file del driver viene utilizzato durante il processo di caricamento, solo il nome del driver viene utilizzato durante le operazioni di scarico. Un esempio dal mio log di Xorg:

$ grep Unloading /var/log/Xorg.0.log
[ 33.143] (II) Unloading vesa
[ 33.143] (II) Unloading fbdev


modificando la riga 243 così:

! grep Unloading $XORG_LOG | grep -q "${i}" ; then

lo script rileva correttamente il mio driver e completa il controllo compitibilità compiz.

domenica 10 aprile 2011

Questa piccola luce accesa è Internet

Volevo segnalare questo post del blog http://www.piersantelli.it/

Mi ha colpito molto e mi è piaciuto, per questo lo ripropongo a voi-

Buona lettura.




Se per voi che state leggendo Internet è Facebook o un'app installata sul vostro smartphone, allora questo post NON è per voi né lo capireste.

Ma se, come il sottoscritto, siete connessi dagli anni 90 e avete attraversato molti dei paradigmi della rete (non sto qui a citarli tutti, ma partiamo dai BBS per arrivare al web semantico), allora per favore, andate avanti con la lettura.

Perché questa piccola storia è una di quelle storie che raccontano più e meglio di tanti libri e presentazioni su slideshare.com, che cosìè davvero la rete.

La storia inizia in una piovosa sera di febbraio, nel piazzale antistante uno studio di registrazione con sale prove. Ci si affretta verso la sala, si monta velocemente il rig (nello specifico, un amplificatore Kustom Sienna 35, compressore e chitarra acustica; impianto voce su mixer; basso e amplificatore), ci si predispone anche mentalmente per provare la scaletta.

Accendo l'amplificatore, il mio Kustom per chitarra acustica, regolo volume, attacco e riverbero, le solite cose, insomma, ma qualcosa va storto: l'amplificatore si spegne, non senza emettere un rumore poco confortante. Inutili i tentativi di riaccenderlo. La spia rimane sempre spenta.

Inizia quindi quel complocato processo che è la diagnosi. Ora, se avete un minimo di dimestichezza con l'elettrotecnica, sapete che la prima cosa da fare con un amplificatore a transitor (Dio benedica le valvole l'hand wiring, ma qui siamo sulla produzione economica) è scaricare e leggere il manuale d'uso, aprire l'amplificatore, individuare il fusibile sul circuito primario e sostituirlo. Cosa che faccio e che, tristemente, non sortisce gli effetti sperati: l'ampli pare defunto.

La vera storia inizia qui. Inizia con ricerche molto mirate in rete, per vedere se qualcuno, nei vari forum DIY, elettronica, musica ecc., ha già avuto tra le mani un caso simile. Esito negativo.

Il passo successivo è chiedere, con il consueto pudore di chi sa di aver chiesto molto ma dato poco. Il luogo è i.a.m.s.c., il newsgroup di chitarra della rete usenet. Un newsgroup non è un forum, non è un blog né tantomeno un'app. E' comunque uno spazio su cui discutere un argomento. Per me, è anche i.a.m.s.c. è anche il luogo dove ho conosciuto persone con cui ho stretto legami di simpatia ed amicizia. Ed è lì che racconto il problema.

Mi viene incontro un veterano del NG, chitarrista finissimo ma anche tecnico navigato, ed inizia un fitto scambio di messaggi per analizzare il guasto, effettuare una diagnosi strumentale ed individuare la causa del malfunzionamento. Non sto a dilungarmi con i dettagli tecnici, ma alla fine Strait è giunto alla conclusione che il colpevole altri non poteva essere che il circuito integrato di potenza, consigliandomi di sostituirlo con uno nuovo.

Qui nasce un ulteriore intoppo. Perché ST Microelectronics ha cessato la produzione di quell'integrato. Ne esiste in produzione uno molto simile la cui sigla differisce per una lettera, mentre i due datasheet, ai miei occhi, sembrano uguali. Iniziano quindi le indagini verso l'assistenza tecnica Kustom. Il tentativo verso quella italiana fallisce miseramente: una mia mail a Gold Music srl finisce, probabilmente, nel loro cestino.

Ho invece più fortuna (e ti pareva) con alcuni laboratori di assistenza americani (Los Angeles e Cincinnati) nonché con la stessa form di richiesta assistenza sul sito Kustom, e in breve ricevo tre email rassicuranti che spiegano perché posso utilizzare il nuovo integrato ST.

Sempre via Internet, sul sito RS Components, acquisto l'integrato che mi viene recapitato con corriere espresso in 48 ore. Il passo successivo è dissaladare dalla board i 15 pin del componente *probabilmente* guasto e saldare il nuovo. Per male che vada, più danno di così non si può fare.

E poi viene la prova del 9: rimontare la board nello chassis, collegare la board effetti e i circuiti primario e secondario, richiudere il tutto e collegare alla 220V.

Ecco, un attimo di pausa. Di suspence. Ci vuole. Qui la domanda, retorica, è: si accenderà? Funzionerà? Avrò saldato correttamente? Avrò sostituito il pezzo giusto?

Poi la luce. Una piccola luce blu che si accende nella penombra della stanza. Una luce che è la metafora di Internet, una rete conversazionale, un luogo dove ci si confronta e ci si aiuta, senza riserve.

Una piccola luce blu, poi collego la chitarra acustica, formo il primo, tremante accordo, ed è musica. La stessa musica che si era interrotta in una piovosa sera di febbraio.

Amplificatore riparato. La soddisfazione mi allarga un sorriso da orecchia a orecchia. Urge telefonata a Strait per condividere la gioia. E devo dirlo anche a Matt, Jason e gli altri tech guys che, dagli USA, mi hanno dato una mano.

Jason, this blurry picture is my way so say thank you so much for helping me: the amplifier has been fixed and works. Regards.

Ecco. Fine della piccola storia. Lieto fine.
Avete capito, ora, che cos'è Internet?

mercoledì 16 marzo 2011

Installare Ubuntu con PXE usando un server Windows

Volevo segnalare questa guida presa da qui http://www.bufferoverflow.it/2010/01/31/installare-ubuntu-con-pxe-usando-un-server-windows/ grazie alla quale ho potuto installare ubuntu linux su un vecchio notebook senza cd-rom e senza la possibilità di fare il boot da chiavetta USB.

A fine articolo alcuni accorgimenti che mi sono serviti a completare l'installazione.

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Scenario: vogliamo installare Ubuntu via rete come macchina virtuale in VirtualBox utilizzando un server Windows che renda disponibile l’immagine di installazione della distribuzione. Il vantaggio di una soluzione del genere consiste nella possibilità di non dover avere alcun CD o immagine ISO disponibile in locale per installare Ubuntu, tutta la procedura di installazione della distribuzione avverrà via rete, contattando il server remoto che renderà disponibili i file necessari.

Per rendere possibile l’installazione via rete di Ubuntu dovremo trasformare un PC con Windows in un server PXE (Preboot Execution Environment).

Vediamo i passi necessari per allestire il server PXE su Windows.

 

Configurazione del server

  1. Scarichiamo il freeware “standalone” tftpd32, funzionante su qualsiasi versione di Windows. Basta scaricare la versione zip: tftpd32 standard edition

  2. Scompattiamo tftpd32 in una cartella a nostra scelta (es. C:\tftpd32)

  3. Scarichiamo la versione adatta al boot di rete di Ubuntu Karmic. Il file che ci occorre è netboot.tar.gz prelevabile da “ftp://archive.ubuntu.com/ubuntu/dists/karmic/main/installer-i386/current/images/netboot/”. Estraiamo il file compresso (possiamo utilizzare 7zip)

  4. Ora sarà necessario copiare alcuni dei file contenuti in netboot.tar.gz in nella cartella di tftpd32, nel nostro esempio “C:\tftpd32?. In particolare dovremo copiare la directory “ubuntu-installer” e tutto il suo contenuto nella root di tftpd32; la directory “pxelinux.cfg” e il file “pxelinux.0? (contenuti entrambi in “ubuntu-installer/i386/”) nella root di tftpd32

  5. La lista delle directory e file dovrà essere la seguente:C:\tftp32\pxelinux.cfg\default
    C:\tftp32\ubuntu-installer\i386\
    C:\tftpd32\pxelinux.0
    C:\tftp32\tftpd32.exe


Fatto questo possiamo avviare tftpd32 e portarci nella scheda DHCP. Qui sarà necessario impostare l’indirizzo IP di partenza del pool di indirizzi assegnabili (IP pool starting address), la quantità di indirizzi (size of pool), Wins/DNS e default router (nel mio caso gli stessi), maschera di sottorete e soprattutto, la cosa più importante cioè il Boot file “pxelinux.0“. Quest’ultimo è fondamentale per consentire l’avvio di Ubuntu via rete.

tftpd32

Configurazione del client

Nel mio caso ho scelto di installare Ubuntu, attraverso il server PXE appena configurato, servendomi di Virtualbox. La procedura è molto semplice: basta creare una nuova macchina virtuale Ubuntu, assegnando la RAM necessaria e creando un nuovo disco rigido. Terminata la creazione possiamo avviare la virtual machine e cliccare sul tasto “F12? per scegliere l’ordine dei device di avvio. Nel caso di boot via rete basterà premere il tasto “l” (l come LAN). A questo punto verrà ricercato un server DHCP che metta a disposizione i file necessari all’avvio e se tutto è stato configurato correttamente tftpd32 enterà in azione, assegando un indirizzo e fornendo i file di avvio. A video comparirà l’avvio del kernel di Ubuntu e al termine della sequenza di boot la procedura di installazine della distribuzione.

Un ottimo articolo, da cui ho preso spunto per questa guida è Ubuntu PXE install via Windows.

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Vi do alcuni suggerimenti in caso di problemi:

  • disattivare il server DHCP del router

  • in tftpd32 togliere la spunta da "Ping Address Before Assignation"

  • disattivare il firewall di windows

Nucleare, Mario Tozzi: “La politica farebbe meglio a stare zitta”

Duro attacco del geologo alle reazioni della maggioranza di governo di fronte alla minaccia atomica proveniente dal Giappone distrutto dal terremoto


“Sono degli irresponsabili. Parlassero di meno e studiassero di più”. Mario Tozzi, maître à penser e mezzobusto televisivo dell’ambientalismo italiano, non usa mezzi termini nel commentare le reazioni di casa nostra al terremoto giapponese e alla minaccia di disastro nucleare. Le dichiarazioni dei vari Fabrizio CicchittoPierferdinando Casini, a Tozzi non sono proprio piaciute. E’ un fiume in piena: “C’è da rimanere allibiti. Questi politici fanno finta di esser dei teorici di fisica nucleare. Non hanno nemmeno la decenza di usare la cautela che in situazioni come questa dovrebbe essere d’obbligo”.

Non parlate a Tozzi poi dell’editoriale di oggi del Messaggero a firma di Oscar Giannino. Un articolo che ha scalato la classifica delle dichiarazioni al buio che poi sono state clamorosamente smentite. Il giornalista scriveva che quanto accaduto in Giappone era “la prova del nove” della sicurezza dell’energia prodotta dall’atomo. “Che figura miserrima quella di Giannino – attacca Tozzi – Ma a una cosa è servita: a smascherare l’abitudine italiana di salire in cattedra e di parlare di cose che non si conoscono”.

Di fronte alla minaccia di un disastro nucleare, la parola d’ordine della lobby nucleare nostrana è minimizzare. “Anche l’incubo che sta vivendo il Giappone in queste ore con il danneggiamento di un reattore – continua il giornalista – in Italia viene declinato a mero strumento di propaganda politica e ideologica. Difendono l’atomo solo perché non possono tornare indietro”.

Secondo il conduttore di “Gaia, il pianeta che vive” (che tornerà in onda su Rai Tre a partire dal 31 marzo) le bugie più macroscopiche della lobby pro-atomo sono due: la sicurezza el’economicità di questa fonte di energia. Che  la tragedia giapponese le sta drammaticamente mettendo a nudo.

“Le centrali nucleari giapponesi – spiega Tozzi – sono state costruite per sopportare un terremoto di 8,5 gradi della scala Richter. Poi cos’è successo? E’ arrivato un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto”. Le centrali italiane saranno costruite per resistere a delle scosse di circa 7,1 gradi, ma, come sostiene Tozzi, “chi ci assicura che un giorno non arriverà un sisma più potente?”. Nessuno, appunto. Perché i terremoti sono fenomeni che non si possono prevedere. Inoltre il disastro giapponese è avvenuto nel paese tecnologicamente più avanzato del mondo. A Tokio infatti è radicata una seria cultura del rischio che è frutto di una profonda conoscenza di questi fenomeni. “Con quale faccia di tolla i vari Cicchitto ci vengono a vendere l’idea che in Italia, in caso di terremoto, le cose possano andare meglio che in Giappone? Il terremoto dell’Aquila se si fosse verificato in Giappone non avrebbe provocato neanche la caduta di un cornicione. Da noi ha causato 300 morti. Chi può credere alle farneticazioni sulla sicurezza del nucleare italiano?”, chiede sarcasticamente Tozzi. E’ vero che l’incidente nucleare è più raro, ma è altrettanto vero che è mille volte più pericoloso. E il caso giapponese, secondo Tozzi, è da manuale: “Se a una centrale gli si rompe il sistema di raffreddamento diventa esattamente come un’enorme bomba atomica. Forse è questa la prova del nove di cui parla Giannino”.

E poi c’è la questione della presunta economicità dell’energia prodotta dall’atomo. “I vari politici e presunti esperti – argomenta Tozzi – si riempono la bocca dicendo che il kilowattora prodotto dall’atomo è più economico di quello prodotto dalle altre fonti. Ma non è vero. Noi sapremo quanto costa realmente solo quando avremo reso inattivo il primo chilogrammo di scorie radioattive prodotto dalle centrali. E cioè fra 30mila anni”. Secondo il giornalista, la lobby che vuole il ritorno del nucleare propaganda la sua convenienza economica senza tenere conto dell’esternalità, e cioè dei costi aggiuntivi che ne fanno lievitare il prezzo. Che vanno dallo smaltimento delle scorie (problema che nessun paese al mondo ha ancora risolto definitivamente) ai costi sociali ed economici di un eventuale incidente. “Sono soldi che i nuclearisti non conteggiano – dice Tozzi – perché sono costi che ricadranno sui cittadini e sulle generazioni future”.

Il 12 giugno è in programma un referendum che, fra le altre cose, chiede l’abrogazione del ritorno all’atomo dell’Italia. Il rimando a quanto successe a Chernobyl nel 1987, alle grandi mobilitazioni antinucleariste fino al referendum che sancì l’abbandono dell’energia nucleare è quasi d’obbligo. Ma a Mario Tozzi il paragone non convince: “Veniamo da 25 anni di addormentamento delle coscienze. Oggi abbiamo gente come Chicco TestaUmberto Veronesi che fanno i finti esperti e spot ingannevoli che traviano l’opinione pubblica”. Insomma, il legame fra l’incidente che scosse le coscienze e il voto popolare che funzionò nel 1987, oggi potrebbe fallire. Ma il 12 giugno non si voterà solo per dire no all’atomo. I cittadini saranno chiamati anche ad esprimersi contro la privatizzazione delle risorse idriche e contro la legge sul legittimo impedimento. Temi che, affianco al no all’atomo, potrebbero convincere i cittadini ad andare alle urne. E consentire alla tornata referendaria di raggiungere il quorum.

di Lorenzo Galeazzi e Federico Mello

 

domenica 13 marzo 2011

Complimenti a Zichichi e a Libero

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Volevo congratularmi con Zichichi per aver dichiarato che in Giappone non è successo niente di grave alla centrale nucleare.
Volevo anche complimentarmi con Libero per aver utilizzato questa dichiarazione per difendere la campagna del nostro governo per la costruzione di centrali nucleari.
Peccato che oggi anche il reattore 3 è a rischio esplosione
Si vergognassero tutti e avessero il rispetto per le persone che sono morte e per le conseguenze che si porteranno dietro le popolazioni del luogo.
In un paese a rischio sismico come il nostro è da pazzi a pensare al nucleare, una tecnologia ormai vecchia.
Grazie anche per aver sospeso gli incentivi per il fotovoltaico.
Che governo di furbi... Libero... che quotidiano ridicolo

domenica 27 febbraio 2011

Il mio primo pesce

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Questa è la foto del mio primo pesce pescato con una applicazione per android